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	<title>Commenti a: Notazione musicale e tecnica nel jazz e nella musica europea</title>
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	<description>Musica Jazz e dintorni</description>
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		<title>Di: alessiosebastio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessiosebastio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 08:27:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ciao Corrado, 

ti propongo una nuova visione del jazz: non musica afro-americana, ma musica audiotattile... Cosa significa ciò?  Che, a differenza di quanto comunemente sostenuto dalla stragrande  maggioranza degli addetti ai lavori, la componente africana c&#039;entra con il  jazz, ma non più di altre componenti. nessuna di esse è prevalente  sull&#039;altra e soprattutto la totalità di esse è sottoposta, inglobata ed  assorbita dal principio audiotattile. Il jazz nord europeo, ad esempio, non  ha alcun legame con la componente africana e pure rimane jazz e di che  qualità! Lo so che con questa mia affermazione scatenerò un vespaio, ma ora  sono io che non voglio dilungarmi troppo. In sintesi la questione è questa: la componente africana del jazz non è prioritaria sulle altre. si può fare  grande jazz anche prescindendo totalmente da essa. ]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Corrado, </p>
<p>ti propongo una nuova visione del jazz: non musica afro-americana, ma musica audiotattile&#8230; Cosa significa ciò?  Che, a differenza di quanto comunemente sostenuto dalla stragrande  maggioranza degli addetti ai lavori, la componente africana c&#8217;entra con il  jazz, ma non più di altre componenti. nessuna di esse è prevalente  sull&#8217;altra e soprattutto la totalità di esse è sottoposta, inglobata ed  assorbita dal principio audiotattile. Il jazz nord europeo, ad esempio, non  ha alcun legame con la componente africana e pure rimane jazz e di che  qualità! Lo so che con questa mia affermazione scatenerò un vespaio, ma ora  sono io che non voglio dilungarmi troppo. In sintesi la questione è questa: la componente africana del jazz non è prioritaria sulle altre. si può fare  grande jazz anche prescindendo totalmente da essa.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Di: Corrado (batterista)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corrado (batterista)]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 08:02:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mi spiego meglio: L&#039;unica parte accademica della batteria sono i &quot;Ruduments&quot; approvati dall&#039;associazione internazionale dei percussionisti, sono ottimi, ciò nonostante ci sono batteristi che conoscendo poco i rudiments e privilegiando la poliritmia (molti di questi sono di colore o afro-americani) e si esprimono in modo diverso. Rich e Krupa si esprimevano, sopratutto  Rich, utilizzando i rudiments che sono importanti e derivano dalle Marching Band americane, dalle marche militari napoleoniche e altri ecc. Mentre la poliritmia dall&#039;africa, (per questo nominavo MAx Roach e adesso Art Blakey), per cui essendo il jazz una musica di origine afro-americana credo che sia la poliritmia che i rudiments siano importanti per i batteristi. Con questo a me viene di esprimere questo parere: oggi avendo inserito il jazz nelle scuole accademiche, il musicista-esecutore di jazz oltre a imparare i rudiments e la poliritmia deve conoscere l&#039;armonia la melodia ecc, e quindi se non si trova le opportunità per poterle praticare come per esempio alle jam session e avendo un gruppo con cui suonare spesso viene sempre più inghiottito nei meandri della carta scritta, lo spartito, che sappiamo è importante che sìa solo indicativo e guida ritmico-melodico-armonica. A cosa voglio arrivare con ciò: che in Italia dove non c&#039;è tradizione jazzistica, le jam session sono quasi inesistenti, e senza di esse l&#039;allievo della Scuola privata o del Conservatorio non può fare pratica, perchè il jazz va suonato. In sintesi concordo pienamente sul fatto che la musica jazz rientra nella sfera audiotattile, va sopratutto suonata e ascoltata.
 Per cui nelle scuole non basta fare musica d&#039;insieme, come in Conservatorio, è necessario inserire un laboratorio pratico dove suonare spesso, quasi ogni giorno, e ascoltare insieme chi suona, interagendo e commentando, tra studenti e insegnati. Ma quello che voglio dire è che viviamo poco il jazz ed in modo jazz, per questo si suona poco: un suggerimento potrebbe essere creare una jam session almeno settimanale in modo solidale, in modo fraterno tra amanti del jazz, essendo presenti e suonado insieme. Infatti gli afro-americani avevano in comune l&#039;orgoglio di questa musica, noi invece siamo tutti isolati nei nostri impegni, scadenze, ecc. come possiamo suonare jazz se lo suoniamo poco: ho fatto stage con Rufus Reid e parlato con Paul Bley, loro suonano tutti i giorni, i brani entrano dentro quasi penetrando il DNA e si esprimono meglio ed anche la muscolatura si adegua al modo in cui suonano generando nuove tecniche personali (come dicevi circa Monk E ALTRI). cHIUDO CHE IO MI DILUNGO ... :-) CIAO]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi spiego meglio: L&#8217;unica parte accademica della batteria sono i &#8220;Ruduments&#8221; approvati dall&#8217;associazione internazionale dei percussionisti, sono ottimi, ciò nonostante ci sono batteristi che conoscendo poco i rudiments e privilegiando la poliritmia (molti di questi sono di colore o afro-americani) e si esprimono in modo diverso. Rich e Krupa si esprimevano, sopratutto  Rich, utilizzando i rudiments che sono importanti e derivano dalle Marching Band americane, dalle marche militari napoleoniche e altri ecc. Mentre la poliritmia dall&#8217;africa, (per questo nominavo MAx Roach e adesso Art Blakey), per cui essendo il jazz una musica di origine afro-americana credo che sia la poliritmia che i rudiments siano importanti per i batteristi. Con questo a me viene di esprimere questo parere: oggi avendo inserito il jazz nelle scuole accademiche, il musicista-esecutore di jazz oltre a imparare i rudiments e la poliritmia deve conoscere l&#8217;armonia la melodia ecc, e quindi se non si trova le opportunità per poterle praticare come per esempio alle jam session e avendo un gruppo con cui suonare spesso viene sempre più inghiottito nei meandri della carta scritta, lo spartito, che sappiamo è importante che sìa solo indicativo e guida ritmico-melodico-armonica. A cosa voglio arrivare con ciò: che in Italia dove non c&#8217;è tradizione jazzistica, le jam session sono quasi inesistenti, e senza di esse l&#8217;allievo della Scuola privata o del Conservatorio non può fare pratica, perchè il jazz va suonato. In sintesi concordo pienamente sul fatto che la musica jazz rientra nella sfera audiotattile, va sopratutto suonata e ascoltata.<br />
 Per cui nelle scuole non basta fare musica d&#8217;insieme, come in Conservatorio, è necessario inserire un laboratorio pratico dove suonare spesso, quasi ogni giorno, e ascoltare insieme chi suona, interagendo e commentando, tra studenti e insegnati. Ma quello che voglio dire è che viviamo poco il jazz ed in modo jazz, per questo si suona poco: un suggerimento potrebbe essere creare una jam session almeno settimanale in modo solidale, in modo fraterno tra amanti del jazz, essendo presenti e suonado insieme. Infatti gli afro-americani avevano in comune l&#8217;orgoglio di questa musica, noi invece siamo tutti isolati nei nostri impegni, scadenze, ecc. come possiamo suonare jazz se lo suoniamo poco: ho fatto stage con Rufus Reid e parlato con Paul Bley, loro suonano tutti i giorni, i brani entrano dentro quasi penetrando il DNA e si esprimono meglio ed anche la muscolatura si adegua al modo in cui suonano generando nuove tecniche personali (come dicevi circa Monk E ALTRI). cHIUDO CHE IO MI DILUNGO &#8230; <img src='http://s0.wp.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' />  CIAO</p>
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		<title>Di: alessiosebastio</title>
		<link>http://alessiosebastio.wordpress.com/2008/01/21/notazione-musicale-e-tecnica-nel-jazz-e-nella-musica-europea/#comment-31</link>
		<dc:creator><![CDATA[alessiosebastio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 16:44:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ciao corrado, ho pensato di pubblicare il tuo commento perchè possa servire da ulteriore spunto di riflessione. Dunque Corrado, dobbiamo un momento chiarirci su un punto: cosa intendi tu con il termine accademico? Mi riferisco al fatto che tu definisci B. Rich e J. Krupa batteristi dalla tecnica accademica... Tenendo presente che la batteria ancora oggi giorno può essere considerato uno strumento &quot;nuovo&quot;, a maggior ragione lo era ai tempi di Rich e ancor più a quelli di Krupa. Dunque, mi chiedo, come si può parlare di accademia in rappresentanti esemplari di uno strumento di così recente invenzione, in particolare se ci riferiamo alle rispettive epoche di attività? Si può parlare di accademia quando, a seguito di una lunga fase di prassi, si può giungere ad una sintesi razionale condivisa, di modalità esecutive, gesti tecnico-meccanici, visione interpretativa e così via, che in qualche modo codificano la musica, creando dei parametri comuni ed ideali cui aspirare. Nonostante vi siano stati tentativi di trasformare il jazz ed il suo insegnamento in senso accademico, cosa che personalmente mi auguro non avvenga mai, essi non hanno prodotto mai buoni risultati poichè l&#039;insegnamento accademico, tale quale funziona per la musica classica, nel jazz non può trovare valida applicazione a causa della genesi  differente di questa musica. Tornando velocemente a Krupa e Rich, essi sono semplicemente due grandi batteristi che sono stati capaci di esprimersi e valorizzare le proprie caratteristiche musicali, seguendo strade che, al pari di ogni jazzista, hanno allo stesso tempo scoperto e costruito. In conclusione, la sintesi è questa: nel jazz la conoscenza di sè stesso e delle proprie caratteristiche,  inclinazioni musicali, deve essere privilegiata su qualunque stilema e tecnica calate dall&#039;alto. Dobbiamo imparare a discriminare ciò che ci serve ai fini della nostra espressione e comunicazione musicale.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao corrado, ho pensato di pubblicare il tuo commento perchè possa servire da ulteriore spunto di riflessione. Dunque Corrado, dobbiamo un momento chiarirci su un punto: cosa intendi tu con il termine accademico? Mi riferisco al fatto che tu definisci B. Rich e J. Krupa batteristi dalla tecnica accademica&#8230; Tenendo presente che la batteria ancora oggi giorno può essere considerato uno strumento &#8220;nuovo&#8221;, a maggior ragione lo era ai tempi di Rich e ancor più a quelli di Krupa. Dunque, mi chiedo, come si può parlare di accademia in rappresentanti esemplari di uno strumento di così recente invenzione, in particolare se ci riferiamo alle rispettive epoche di attività? Si può parlare di accademia quando, a seguito di una lunga fase di prassi, si può giungere ad una sintesi razionale condivisa, di modalità esecutive, gesti tecnico-meccanici, visione interpretativa e così via, che in qualche modo codificano la musica, creando dei parametri comuni ed ideali cui aspirare. Nonostante vi siano stati tentativi di trasformare il jazz ed il suo insegnamento in senso accademico, cosa che personalmente mi auguro non avvenga mai, essi non hanno prodotto mai buoni risultati poichè l&#8217;insegnamento accademico, tale quale funziona per la musica classica, nel jazz non può trovare valida applicazione a causa della genesi  differente di questa musica. Tornando velocemente a Krupa e Rich, essi sono semplicemente due grandi batteristi che sono stati capaci di esprimersi e valorizzare le proprie caratteristiche musicali, seguendo strade che, al pari di ogni jazzista, hanno allo stesso tempo scoperto e costruito. In conclusione, la sintesi è questa: nel jazz la conoscenza di sè stesso e delle proprie caratteristiche,  inclinazioni musicali, deve essere privilegiata su qualunque stilema e tecnica calate dall&#8217;alto. Dobbiamo imparare a discriminare ciò che ci serve ai fini della nostra espressione e comunicazione musicale.</p>
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		<title>Di: Corrado (batterista)</title>
		<link>http://alessiosebastio.wordpress.com/2008/01/21/notazione-musicale-e-tecnica-nel-jazz-e-nella-musica-europea/#comment-29</link>
		<dc:creator><![CDATA[Corrado (batterista)]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 12:49:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho tratto giovamento ed appreso cose da questa lettura, grazie.
 
Infatti assopito dalla tecnica che comunque mi ha dato un suono abbastanza chiaro definito e &quot;pulito&quot;, mi mancava tanto la dimensione audiotattile, di cui ho avuto conferma nelle sue parole Alessio), ed ho avuto insegnamento nella ultima lezione di musica d&#039;iniseme in cui l&#039;insegnate mi ha dato la possibilità di tenere il timing sulla batteria mentre ascoltavo le variazioni armoniche del brano oltre che pensare alla forma, in modo da tenere solido il timing ed ascoltare ciò che succede insieme a me, trall&#039;altro già lo facevo ma esprimendomi solo e sopratutto nell&#039;accompagnamento al solista di turno e nelle parti degli scambi four o eight che lassciano spazio solistico alla batterista.

a proposito di ciò che ha scritto sopra può (puoi se posso darti del tu), dirmi qualche riferimento a batteristi jazz che non possiedono una particolare tecnica accademica, per esempio io conosco Gene Krupa e Buddy Rich  che sono tecnicamente accademici, ma Art Blakey non lo era, ... ti chiedo Max Roach? Max Roach come lo si può definire?

Corrado Ferrareis]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho tratto giovamento ed appreso cose da questa lettura, grazie.</p>
<p>Infatti assopito dalla tecnica che comunque mi ha dato un suono abbastanza chiaro definito e &#8220;pulito&#8221;, mi mancava tanto la dimensione audiotattile, di cui ho avuto conferma nelle sue parole Alessio), ed ho avuto insegnamento nella ultima lezione di musica d&#8217;iniseme in cui l&#8217;insegnate mi ha dato la possibilità di tenere il timing sulla batteria mentre ascoltavo le variazioni armoniche del brano oltre che pensare alla forma, in modo da tenere solido il timing ed ascoltare ciò che succede insieme a me, trall&#8217;altro già lo facevo ma esprimendomi solo e sopratutto nell&#8217;accompagnamento al solista di turno e nelle parti degli scambi four o eight che lassciano spazio solistico alla batterista.</p>
<p>a proposito di ciò che ha scritto sopra può (puoi se posso darti del tu), dirmi qualche riferimento a batteristi jazz che non possiedono una particolare tecnica accademica, per esempio io conosco Gene Krupa e Buddy Rich  che sono tecnicamente accademici, ma Art Blakey non lo era, &#8230; ti chiedo Max Roach? Max Roach come lo si può definire?</p>
<p>Corrado Ferrareis</p>
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