Notazione musicale e tecnica nel jazz e nella musica europea

Il concetto di tecnica nell’accezione intesa dai musicisti eurocolti, sostanzialmente indica una abilità, più o meno sviluppata, nel trattare vari aspetti concernenti la musica, la composizione, l’esecuzione, l’interpretazione, correlati e raffrontati con un termine di paragone ideale, ancorché ben chiaro. Domina la tecnica colui che, nei vari settori musicali, dimostra di essere capace di rispondere adeguatamente a situazioni ben riconoscibili e codificate.

In altre parole chi, con la propria abilità, raggiunge livelli di eccellenza stabilita da alcuni parametri. In quelle musiche che hanno nella notazione il loro elemento costitutivo e codice generativo, nonché medium di trasmissione, tale concezione della tecnica è coerente con la costituzione e la finalità delle opere musicali cui si relaziona.

A titolo esemplificativo, si può considerare l’esecuzione della musica per strumenti a tastiera di W. A. Mozart. L’agilità e la leggerezza, accanto ad un controllo delle dinamiche che mai dovrebbero sforare nel troppo piano o troppo forte, sono elementi strettamente legati allo stile della musica in questione, ma sono solamente una parziale espressione tecnica che gli strumenti a tastiera stessi consentono.

Si paragoni ora la musica di Mozart con quella di oltre cento anni successiva di Bèla Bartòk. Lo strumento è lo stesso, ma il risultato musicale è completamente diverso: la percussività, le dinamiche estreme nel forte e nel piano, la scrittura più per unità accordali che per note singole, è la caratteristica di questa musica. Nonostante le differenze abissali esistenti tra le concezioni musicali dei due autori presi come esempio, la musica di entrambi deve comunque sottostare alla tirannia della scrittura musicale, della notazione.

Si può parlare di astratta compiutezza dell’opera, nel senso che la composizione esiste nella sua interezza e nella sua integrità monolitica, indipendentemente dal fatto che essa venga o meno suonata in un dato momento. Il fatto di poter, quindi, astrarre dal momento puramente musicale un qualsiasi brano ed analizzarlo sulla carta sotto molteplici aspetti, compositivo e formale, psichico e mistico, , armonico melodico e ritmico, tecnico ed esecutivo ecc., da luogo inevitabilmente allo smembramento anatomico del brano, certamente connaturato al sistema ed alla concezione musicale alla quale i brani, sia di Mozart che di Bartòk, appartengono.

Si noti, però, allo stesso tempo, che mentre la musica di Mozart è molto più connaturata rientrando nella scrittura notazionale in modo assolutamente fluido ed aderente al sistema, quella di Bartòk soffre in modo evidente l’ingabbiamento all’interno del codice notazionale, tanto che Bartòk, così come altri autori suoi contemporanei, è costretto a forzose modifiche del codice e delle convenzioni notazionali, per poter trasmettere il suo messaggio musicale. Non serve essere approfonditi conoscitori della musica dell’ungherese per riscontrare quanto appena affermato: le peculiari armature di chiave con diesis bequadri e bemolli disposti in modo da dar luogo non più a tonalità ma modalità, il supplemento di indicazioni ritmiche con le quali è spesso costretto ad indicare la divisione della battuta atipica rispetto al consueto, 4/4 = 3/8+3/8+2/8, sono solamente tra le più frequenti e riscontrabili modifiche apportate da Bartòk alla notazione, funzionali alla trasmissione del suo messaggio musicale.

Quanto appena detto ci servirà in seguito come trampolino di lancio per sostenere altre tesi. Per il momento riagganciamoci a quanto accennato sopra, dicendo che ogni musica, non solo quelle di Mozart e Bartok, richiedono modi e tecniche di esecuzione peculiari che, data la ripetibilità totale delle composizioni, nel tempo si sedimentano e si codificano in modo sempre più raffinato ma, cercando sempre di essere aderenti il più possibile e rispettose della volontà d’espressione e dello spirito di cui il compositore le ha intrise. Dunque, restringendo il campo all’aspetto esecutivo, possiamo affermare che la musica scritta da luogo allo sviluppo di tecniche peculiari per ogni stile ed epoca musicale, in senso generale, e poi, all’interno dei periodi stilistici, si sviluppano particolarità tecniche legate all’esecuzione di un determinato autore anzicchè un altro.

Ad esempio, Chopin, Liszt e Schuman, sono certamente autori appartenenti al periodo romantico, ma ognuno dei tre richiede capacità e competenze tecniche differenti che possono dare luogo a numerose variabili. Insomma, pur rientrando tutti e tre a pieno titolo nel romanticismo, il mondo musicale di ognuno di loro pone problematiche tecniche singolari che ora si avvicinano ora divergono profondamente da quelle dell’altro.

Nella musica afro_americana, siffatti criteri di valutazione, spesso portano a travisamenti ed errori di valutazione, causati da una non aderenza del sistema valutativo, alle peculiarità intrinseche nell’essenza stessa delle musiche afro_americane e, comunque, non scritte.

Stringendo la visuale sul jazz, si può affermare che in alcuni casi, ma ben specifici, i criteri valutativi dell’abilità tecnica, sviluppati e storicizzati dalla cultura accademica, possono funzionare. In una esecuzione in “stile” di brani della grande tradizione jazzistica, l’aderenza agli stilemi, l’utilizzo di peculiari tecniche strumentistiche, una determinata timbrica, una specifica conduzione dello swing, sono elementi riconducibili ad un’attitudine tecnica che, se non codificata come quella della musica scritta, trova comunque una sua forma di codifica rintracciabile nelle incisioni discografiche del periodo stilistico e storico cui ci riferiamo.

In realtà, però, il jazz pone problematiche ben diferenti rispetto a quelle delle musiche scritte. Mi chiedo quanto un’esecuzione in stile sia veramente giusto definirla musica jazz. Il jazz, di per sè, dovrebbe al suo interno sempre contemplare o qualche elemento di novità ed evolutivo o una certa caratterizzazione personale dei musicisti intenti a produrlo. Se nelle musiche scritte l’aderenza al pensiero del compositore è l’ideale cui tendere durante un’esecuzione, nel jazz la riproposizione integrale, ad esempio, di un assolo così come concepito e registrato dal suo autore o l’esecuzione integrale perfettamente aderente a quella data incisione di riferimento, non produce jazz.

E’ ovvio che in qualche modo la caratterizzazione del singolo, interviene anche nell’esecuzione di un brano di musica scritta, ma esso è ritenuto parte accessoria ed inevitabile, facente parte della natura umana che rende noi individui assolutamente unici anche nella ripetizione di gesti apparentemente uguali, differenza che si cerca, in tutti i modi, di ridurre al minimo, riconducendo i gesti stessi ad una sequenza codificata da norme prescrittive.

Purtroppo, da qualche anno a questa parte, la didattica jazzistica sta incorrendo in un errore madornale, cioè sta diffondendo la convinzione che l’insegnamento del jazz possa passare attraverso il codice notazionale, con tutti i suoi limiti espressivi, se relazionati alla complessa realtà ritmica e timbrica del jazz.

Di fatto si assiste alla diffusione didattica di quel jazz che, per sua natura, è meglio ingabbiabile rispetto ad altri stili di jazz, all’interno del codice notazionale.

Sfortunatamente non è raro trovare musicisti che del jazz hanno una concezione schematica, pressappoco siffatta: esposizione tematica, solo/i riesposizione tematica finale, ma soprattutto l’assolo è visto quale elemento centrale e culminante dell’esecuzione, mentre tutto il resto, interplay, cura delle dinamiche, ec. È in secondo piano. In realtà la codifica notazionale finisce solamente per impoverire il jazz che, ridotto ai canoni della musica scritta, si allontana dalla sua natura di musica audiotattile perdendo la sua essenza.

In realtà il jazz, nell’aderenza massima di questa parola al suo significante, dovrebbe possedere sempre qualità e caratteristiche che decisamente esulano dalla notazione musicale. L’attacco del suono, il suo sostegno, la sua mutazione di frequenza tra l’attacco ed il decadimento, il decadimento stesso, la timbrica in generale, l’andamento ritmico, la comunicazione tra i musicisti ed il conseguente interplay, sono tutte carattteristiche non codificabili dalla notazione, ma che sono parte integrante e fondamentale dell’espressione jazzistica ai più alti livelli.

Quando più sopra ricordavamo Bartòk la cui musica faceva gran fatica ad essere ingabbiata nella codifica notazionale, ci riferivamo al fatto che Bartòk, come notorio, traeva grande ispirazione musicale, non solo poetica ma anche architettonica e strutturale, dalla musica popolare dell’est Europa che, al pari di tutte le musiche popolari più vere, non è scritta. Egli cominciava ad avvertire i limiti della notazione che comunque riusciva ad agirare in qualche modo, anche perché, la sua musica, pur traendo profondissima ispirazione da quella popolare, era pur sempre una musica d’arte, riconducibile al sistema musicale occidentale.

Nel jazz invece, tutte le istanze poste dalla sua stessa natura, non riescono a trovare una sistemazione e codificazione minimamente sufficiente nella notazione. Ne consegue che qualsiasi valutazione di un brano jazz scritto sulla carta, perde ogni suo significato jazzistico, tali e tante sono le peculiarità che sfuggono al codice notazionale.

Allo stesso tempo anche la, così detta, tecnica di esecuzione di un musicista jazz, non può più essere ragionevolmente raffrontata ai parametri di valutazione della tecnica, come succede nella musica scritta. Eppure, tristemente, ciò avviene. Si continua a ritenere anche nel jazz musicisti tecnicamente validi, coloro la cui tecnica è riconducibile in gran parte ai parametri della tecnica accademica. Si insiste con il dire, ad esempio, che Monk non avesse una grande tecnica pianistica.

Personalmente mi sento di andare contro corrente ed affermare esattamente il contrario: Monk aveva una tecnica eccellente, la più grande che si possa immaginare per esprimere la sua musica! E si, perché proprio qui sta il centro della questione: se nella musica scritta ed in particolare accademica l’interprete è solamente tale e deve relazionarsi e relazionare la sua tecnica col pensiero del compositore prima e con il periodo storico d’appartenenza dello stesso poi, nel jazz, sempre, le figure di interprete, esecutore, compositore ed arrangiatore, si confondono e realizzano in una sola persona, in una sola entità, il musicista che in quel dato momento è intento a suonare.

Tornando a Monk, possiamo far riferimento al concetto di virtuoso; al limite si può affermare che il pianista in questione non fosse un virtuoso dello strumento, se per virtuosismo intendiamo la capacità di suonare in maniera molto veloce, vertiginosa, ma assolutamente non si può affermare che non avesse tecnica. La tecnica nel jazz, non si relaziona ad una musica data ma alle caratteristiche ed alle attitudini psico_fisiche dell’individuo. La produzione del suono, la stessa musica creata, le caratteristiche fisiche del singolo, la dimensione audiotattile dell’individuo, tutti sono elementi inerenti alla tecnica di ciascuno che trova ragion d’essere nella persona e non nell’astratto ed ideale di una composizione fissata. Se così non fosse, non si spiegherebbero le molteplici e profondissime diferenze tra i musicisti di jazz, grandi e piccoli. La differenza di suono tra Davis e Gillespie è una differenza di concezione musicale che presuppone tecniche differenti, ed il fatto che Gillespie sia maggiormente virtuoso sullo strumento secondo i canoni della musica accademica, jazzisticamente non ha rilievo alcuno. Il fatto che jazzisticamente la tecnica di ognuno va riferita unicamente a sé stesso, lo dimostra un assurdo che tale poi non è.

Mi riferisco al fatto che persone con menomazioni fisiche importanti, coinvolgenti direttamente l’approccio con lo strumento, riescano non solamente a riorganizzare il loro rapporto psico_fisico ed audiotattile con lo strumento stesso, ma anche a rientrare tra la schiera dei grandissimi di questa musica.

Il riferimento al chitarrista Django Reinardt è d’obbligo, ma si può portare anche l’esempio del pianista Orace Parlant il quale è affetto da atrofia di alcune dita della mano destra e ha reimpostato il suo rapporto con lo strumento, ad esempio, suonando gli assoli con la mano sinistra. Ma si possono portare anche esempi di persone che non hanno menomazioni fisiche, come ad esempio il chitarrista Stanley Giordan il quale, pur potendo suonare la chitarra nel modo canonico,ha reimpostato la sua relazione con lo strumento, suonando con entrambe le mani sul manico, perquotendo con le dita di entrambe le mani, le corde in corrispondenza dei tasti, ottenendo una timbrica particolarissima, ma, soprattutto, aumentando, di fatto raddoppiando, la possibilità dello strumento di emettere note simultaneamente, trasformandone la natura stessa.

E’ certamente comprensibile che, in particolare i musicisti provenienti dall’area accademica e quelli comunque di cultura europea, trovino più comodo e naturale servirsi della musica notata anche come strumento didattico, ma questo per il jazz, qualora fosse l’unico mezzo d’apprendimento, non solo rischia di creare musicisti assolutamente simili l’uno all’altro, ma soprattutto rischia di creare musicisti che vorrebbero suonare jazz, ma jazz non suonano affatto.

Scopo di queste brevi riflessioni è stimolare un ripensamento ed un rinnovamento della didattica jazzistica, che dovrebbe privilegiare la pratica e l’attento ascolto dei maestri di questa musica, ascolto che dovrebbe andare oltre le note suonate per investire tutta la sfera musicale ed espressiva. La notazione dovrebbe avere semplice funzione di appuntare lo scheletro musicale, o di riportare alla memoria tratti musicali generali da cui ricostruire e ricordare una situazione di carattere musicale più ampio.

La necessità delle scuole di jazz di creare un metodo ed un piano di studi il più possibile simile per tutti gli allievi, è certamente comprensibile, ma, a fianco di tale necessità generale, va considerata anche quella del singolo individuo, stimolandone da subito la creatività e la ricerca di un proprio approccio allo strumento, prima che con il linguaggio musicale stesso, o meglio, compenetrando i due piani di ricerca personale.

La dimensione audiotattile è insita, in varia misura, in ognuno di noi esseri umani; avviene però che, per condizionamenti culturali di lunga data o per predisposizione personale, essa è in qualche modo sopita e imprescindibile compito per una scuola di jazz realmente valida, sarebbe quello di risvegliare tale dimensione. In realtà, la così detta tecnica accademica, non è altro che un modo di disimparare e sopire il più possibile questa nostra dimensione, a favore di una standardizzazione e di un riconoscimento del gesto tecnico, il più possibile scevro da inflessioni personali. Due esempi della presenza della dimensione audiotattile nella musica jazz, ma anche nelle musiche non scritte in generale,si può ritrovare nelle gost notes e nella particolare intonazione delle blue notes.

Di per sè, il tentativo di riportare le gost notes su carta è un’utopia; la gost note, come il nome suggerisce, (note fantasma) è una nota che allo stesso tempo esiste e non esiste, che c’è e non c’è, come altezza durata e dinamica. IL pretendere di fermarla sulla carta è un po’ come voler scrivere in caratteri alfabetici alcuni modi di intercalare il linguaggio parlato, con suoni più o meno gutturali ma che assolutamente non sono riconducibili al suono delle lettere alfabetiche.

In un caso o nell’altro si può parlare di simulazione, forzatura o mistificazione del suono reale. Per quanto riguarda le blue notes invece, è risaputa la loro altezza variabile e, comunque diferente, rispetto a quanto la notazione può esprimere.

Proprio in quest’ultima affermazione sta il nocciolo della questione: molte delle istanze da me riportate tra queste brevi riflessioni, sono note agli studenti di musica jazz, ma spesso vengono trascurate ed oscurate dall’apparente chiarezza della notazione. La riorganizzazione della didattica jazzistica quindi non passa attraverso una completa ed integrale rifondazione della stessa, ma valutando adeguatamente tutti quegli elementi, e sono la maggior parte, extranotazionali che, pur conosciuti vengono trascurati, ma sono fondamentali per il corretto apprendimento ed approccio a quello che oggi definiamo jazz.

Per la definizione “audiotattile”, vedi i volumi di Vincenzo Caporaletti: “La definizione dello swing Ed. Ideasuoni, teramo2000. I processi improvvisativi della musica, LIM, Lucca, 2005. “Esperienze di analisi del jazz”, LIM, Lucca, 2007.

4 Risposte a “Notazione musicale e tecnica nel jazz e nella musica europea”

  1. Corrado (batterista) Dice:

    Ho tratto giovamento ed appreso cose da questa lettura, grazie.

    Infatti assopito dalla tecnica che comunque mi ha dato un suono abbastanza chiaro definito e “pulito”, mi mancava tanto la dimensione audiotattile, di cui ho avuto conferma nelle sue parole Alessio), ed ho avuto insegnamento nella ultima lezione di musica d’iniseme in cui l’insegnate mi ha dato la possibilità di tenere il timing sulla batteria mentre ascoltavo le variazioni armoniche del brano oltre che pensare alla forma, in modo da tenere solido il timing ed ascoltare ciò che succede insieme a me, trall’altro già lo facevo ma esprimendomi solo e sopratutto nell’accompagnamento al solista di turno e nelle parti degli scambi four o eight che lassciano spazio solistico alla batterista.

    a proposito di ciò che ha scritto sopra può (puoi se posso darti del tu), dirmi qualche riferimento a batteristi jazz che non possiedono una particolare tecnica accademica, per esempio io conosco Gene Krupa e Buddy Rich che sono tecnicamente accademici, ma Art Blakey non lo era, … ti chiedo Max Roach? Max Roach come lo si può definire?

    Corrado Ferrareis

    • alessiosebastio Dice:

      Ciao corrado, ho pensato di pubblicare il tuo commento perchè possa servire da ulteriore spunto di riflessione. Dunque Corrado, dobbiamo un momento chiarirci su un punto: cosa intendi tu con il termine accademico? Mi riferisco al fatto che tu definisci B. Rich e J. Krupa batteristi dalla tecnica accademica… Tenendo presente che la batteria ancora oggi giorno può essere considerato uno strumento “nuovo”, a maggior ragione lo era ai tempi di Rich e ancor più a quelli di Krupa. Dunque, mi chiedo, come si può parlare di accademia in rappresentanti esemplari di uno strumento di così recente invenzione, in particolare se ci riferiamo alle rispettive epoche di attività? Si può parlare di accademia quando, a seguito di una lunga fase di prassi, si può giungere ad una sintesi razionale condivisa, di modalità esecutive, gesti tecnico-meccanici, visione interpretativa e così via, che in qualche modo codificano la musica, creando dei parametri comuni ed ideali cui aspirare. Nonostante vi siano stati tentativi di trasformare il jazz ed il suo insegnamento in senso accademico, cosa che personalmente mi auguro non avvenga mai, essi non hanno prodotto mai buoni risultati poichè l’insegnamento accademico, tale quale funziona per la musica classica, nel jazz non può trovare valida applicazione a causa della genesi differente di questa musica. Tornando velocemente a Krupa e Rich, essi sono semplicemente due grandi batteristi che sono stati capaci di esprimersi e valorizzare le proprie caratteristiche musicali, seguendo strade che, al pari di ogni jazzista, hanno allo stesso tempo scoperto e costruito. In conclusione, la sintesi è questa: nel jazz la conoscenza di sè stesso e delle proprie caratteristiche, inclinazioni musicali, deve essere privilegiata su qualunque stilema e tecnica calate dall’alto. Dobbiamo imparare a discriminare ciò che ci serve ai fini della nostra espressione e comunicazione musicale.

  2. Corrado (batterista) Dice:

    Mi spiego meglio: L’unica parte accademica della batteria sono i “Ruduments” approvati dall’associazione internazionale dei percussionisti, sono ottimi, ciò nonostante ci sono batteristi che conoscendo poco i rudiments e privilegiando la poliritmia (molti di questi sono di colore o afro-americani) e si esprimono in modo diverso. Rich e Krupa si esprimevano, sopratutto Rich, utilizzando i rudiments che sono importanti e derivano dalle Marching Band americane, dalle marche militari napoleoniche e altri ecc. Mentre la poliritmia dall’africa, (per questo nominavo MAx Roach e adesso Art Blakey), per cui essendo il jazz una musica di origine afro-americana credo che sia la poliritmia che i rudiments siano importanti per i batteristi. Con questo a me viene di esprimere questo parere: oggi avendo inserito il jazz nelle scuole accademiche, il musicista-esecutore di jazz oltre a imparare i rudiments e la poliritmia deve conoscere l’armonia la melodia ecc, e quindi se non si trova le opportunità per poterle praticare come per esempio alle jam session e avendo un gruppo con cui suonare spesso viene sempre più inghiottito nei meandri della carta scritta, lo spartito, che sappiamo è importante che sìa solo indicativo e guida ritmico-melodico-armonica. A cosa voglio arrivare con ciò: che in Italia dove non c’è tradizione jazzistica, le jam session sono quasi inesistenti, e senza di esse l’allievo della Scuola privata o del Conservatorio non può fare pratica, perchè il jazz va suonato. In sintesi concordo pienamente sul fatto che la musica jazz rientra nella sfera audiotattile, va sopratutto suonata e ascoltata.
    Per cui nelle scuole non basta fare musica d’insieme, come in Conservatorio, è necessario inserire un laboratorio pratico dove suonare spesso, quasi ogni giorno, e ascoltare insieme chi suona, interagendo e commentando, tra studenti e insegnati. Ma quello che voglio dire è che viviamo poco il jazz ed in modo jazz, per questo si suona poco: un suggerimento potrebbe essere creare una jam session almeno settimanale in modo solidale, in modo fraterno tra amanti del jazz, essendo presenti e suonado insieme. Infatti gli afro-americani avevano in comune l’orgoglio di questa musica, noi invece siamo tutti isolati nei nostri impegni, scadenze, ecc. come possiamo suonare jazz se lo suoniamo poco: ho fatto stage con Rufus Reid e parlato con Paul Bley, loro suonano tutti i giorni, i brani entrano dentro quasi penetrando il DNA e si esprimono meglio ed anche la muscolatura si adegua al modo in cui suonano generando nuove tecniche personali (come dicevi circa Monk E ALTRI). cHIUDO CHE IO MI DILUNGO … :-) CIAO

    • alessiosebastio Dice:

      Ciao Corrado,

      ti propongo una nuova visione del jazz: non musica afro-americana, ma musica audiotattile… Cosa significa ciò? Che, a differenza di quanto comunemente sostenuto dalla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori, la componente africana c’entra con il jazz, ma non più di altre componenti. nessuna di esse è prevalente sull’altra e soprattutto la totalità di esse è sottoposta, inglobata ed assorbita dal principio audiotattile. Il jazz nord europeo, ad esempio, non ha alcun legame con la componente africana e pure rimane jazz e di che qualità! Lo so che con questa mia affermazione scatenerò un vespaio, ma ora sono io che non voglio dilungarmi troppo. In sintesi la questione è questa: la componente africana del jazz non è prioritaria sulle altre. si può fare grande jazz anche prescindendo totalmente da essa.

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